Giovani: "Servono servizi di qualità ed evitare di creare non luoghi"

Di seguito pubblichiamo, quasi integralmente, l’intervento di Enrico Perilli, professore dell’Università degli studi dell’Aquila e Presidente dell’Ordine degli psicologi della Regione Abruzzo. Intervento tenuto nell’ambito delle audizioni che la terza commissione consiliare del comune dell’Aquila sta tenendo con professionisti e realtà del territorio sulla questione dei giovani edel disagio giovanile.

“Il tema introdotto è enorme e con esso chiamiamo in causa l’organizzazione della società. La società è cambiata: sono mutati bisogni, desideri, analisi, le modalità di stare al mondo. In questi anni abbiamo assistito all’emergere della cosiddetta società liquida: tutte le strutture sociali, dalla famiglia ai sindacati o alle parrocchie hanno avuto quindi un cedimento che non vuol dire disimpegno, ma una mutazione delle strutture della società. I meccanismi sociali, produttivi, la frenesia e il produttivismo hanno minacciato e indebolito questi meccanismi di tenuta sociale. Se un genitore o un contesto sociale, come poteva essere quello dei paesi, prima era attento ai bambini 18 ore al giorno ora le cose non stanno così e siamo di fronte ad un altro tipo di organizzazione della società. Prima c’era una crescita comunitaria, c’era un senso di comunità: finito tutto questo ognuno è lasciato un po con se stesso in un mondo in cui devi essere sempre più performante. Anche le scuole devono farci i conti e rispondere alle esigenze del mercato. Le pressioni che ricevono i minori sono fortissime e le capacità di risposta individuale è scarsa perché i giovani non hanno luoghi, esempi, tempi e strumenti per rispondere. E’ un problema che riguarda tutto il mondo occidentale almeno.” 

“E’ importante, quando si parla di queste cose, dividere tra disturbo patologico e disagio non patologico. Per quanto riguarda il primo c’è un livello di devianza e di disturbo enorme che i servizi non riescono ad intercettare perché non c’è personale. Tutti i servizi che si occupano di salute mentale sono in difficoltà. E’ chiaro poi che il confine tra i due fenomeni è labile e il passaggio dal disagio al disturbo può essere brevissimo, dal bullismo ad avviarsi ad una carriera criminale, ad esempio, il passo può essere breve anche perché in certe zone le attività criminali  rappresentano una strada certa per avere un reddito.”

Il problema della cocaina

“C’è poi il problema delle sostanze, soprattutto la cocaina di cui non si discute. E’ la droga più diffusa, non è più la droga dei ricchi, ha un consumo trasversale e praticato in tutte le ore del giorno, dal camionista che deve andare avanti tutto il giorno al professionista. Non è più la droga dello sballo ma è la droga della perferomace, che viene usata per reggere determinati ritmi di vita: questa è una delle tragedie della nostra contemporaneità  e molti casi di cronaca sono strettamente connessi al consumo di cocaina. I servizi riescono ad intercettare una percentuale bassissima. Il Serd è il luogo deputato ma intercetta pochissimo perché si arriva ai servizi quando uno tocca il fondo ed è difficile che ci si vada volontariamente”.

“Altra questione è la ludopatia che chiama in causa le amminsitrazioni. Se trasformiamo ogni vicolo in un casinò gli diamo il luogo per sviluppare questa dipendenza. Non è una questione di proibizionismo ma di strutturazione degli spazi pubblici, se non c’è nulla e c’è solo quello chi ha una struttura psicologica più fragile ci va sicuramente a sbattere. Peraltro dai meccanismi dipendenti è difficile uscire, le percentuali di risoluzione sono alte, attorno al 30%, ma va detto che è faticosissimo.”

L’organizzazione dello spazio pubblico

“Ci vogliono servizi certi e di qualità, questa è la prima richiesta che pongo sul tavolo. Per quanto riguarda la sfera del disagio, è necessario assolutamente un lavoro di rete: il comune deve fare la sua parte con il piano sociale e i piani di zona. Bisogna poi incrementare le strutture solide, i centri di aggregazione, fare protocolli con medici, assistenti sociali e altri; investire il Tribunale per i minorenni nella prevenzione. 

Altro tema è quello dello spazio. Quando costruiamo i luoghi, dobbiamo tenere presente che ogni luogo fisico è anche uno spazio emotivo. Fare dei luoghi che servono a tutto o niente serve solo a costruire luoghi del caos che a 16 anni è difficile gestire. Tendiamo inoltre a riempire le città di non luoghi dove ammucchiamo persone con il solo fine di consumare. E’ chiaro che un non luogo ha un riverbero anche da un punto di vista psicologico ed emotivo.

Bisogna pensare l’organizzazione della città anche in questi termini, quindi come insieme di spazi che hanno anche un valore psicologico. Anche lo sfilacciamento dei luoghi comporta una maggiore solitudine, l’impossibilità di avere dei punti di riferimento. Noi abbiamo una popolazione che non arriva a 70mila abitanti ma una disponibilità di posti letto per 140mila persone: in pratica abbiamo una città nella città che è vuota. Questa città crea spazi non popolati, isolati, in cui il sentimento che prevale è la depressione. C’è infine un disagio fortissimo legato alle aree interne: nei paesi e nelle frazioni perché i ragazzi non sanno che fare e questo crea situazioni di enorme disagio per la mancanza di strutture sociali e culturali.”

Articolo originale disponibile su laquilablog.it

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