La Psicologia: Scienza Una E Unica

La Psicologia: Scienza Una E Unica

Il prossimo 18 febbraio 2019 la nostra giovane professione compirà il trentesimo compleanno. Sono trascorsi ormai circa tre decenni dalla Legge 56/89 di Ordinamento della professione di Psicologo e tra mille difficoltà e fatiche gli organismi istituzionali di governo della professione e l’intera comunità professionale hanno cercato in tutti i modi e in ogni contesto di promuovere e tutelare la nostra professione.
Qualcosa poteva essere fatto meglio, altro è stato fatto bene.
Il Documento che si propone, nelle intenzioni, vuole proiettare lo sguardo al futuro traendo insegnamento dalla propria memoria storica

ALLEGATI

INTERVENTI DEL PRESIDENTE DELL'ORDINE DEGLI PSICOLOGI DELLA REGIONE ABRUZZO

Professione dello psicologo e scenari futuri

A 30 anni dalla Legge 56/89 di Ordinamento della professione di psicologo, con la Legge Lorenzin, la 3/2018, la professione dello psicologo è stata ricompresa tra le professioni sanitarie. Nel corso dell’ultima seduta, l’Ordine degli psicologi della Regione Abruzzo ha approvato la risoluzione “La Psicologia: scienza una e unica”. Il presidente dell’Ordine Tancredi Di Iullo, analizza le fasi salienti di questo percorso in una intervista.

Codice deontologico e Atti tipici

Seconda intervista al presidente dell’Ordine degli psicologi d’ Abruzzo Tancredi Di Iullo per analizzare le fasi del passaggio della professione dello psicologo tra le professioni sanitarie con la Legge Lorenzin, la 3/2018.

Obiettivi strategici dell’Ordine degli Psicologi d’Abruzzo

Terza ed ultima intervista al presidente dell’Ordine Tancredi Di Iullo per analizzare le fasi del passaggio della professione dello psicologo tra le professioni sanitarie con la Legge Lorenzin, la 3/2018.


La Psicologia tra passato e futuro.

Il passato e il futuro possono essere tenuti insieme, appartengono ad un continuum, e sono ben sintetizzate in un proverbio arabo Beato colui che riesce a dare ai propri figli ali e radici”: ali per volare e radici per tornare.
Il passato non deve essere assunto a terreno di scontro, anche generazionale, bensì riscoperto quale radice da cui spiccare il volo verso altri lidi.
L’11 gennaio u.s. è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale la legge 3/2018, c.d. Legge Lorenzin. Con essa la nostra professione è ricompresa tra le professioni sanitarie ed entra nel sistema salute, sistema tutelato dall’art. 32 della Costituzione Italiana “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”.
In una nota inviata al Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine il Ministro Lorenzin così scriveva: “…è ormai evidente che la professione dello psicologo meriti sempre più di essere considerata, inserita e introdotta nel sistema sanitario del nostro paese in maniera ancora più strutturata e profonda….Il ruolo dello psicologo diventa sempre più necessario all’interno della nostra società, confrontandosi con richieste quanto mai diversificate, dalle condizioni di disagio esistenziale e di difficoltà relazionali legate all’età ai veri e propri disturbi psichici di vario tipo ed entità.” E ancora “…nell’attuale contesto sanitario in cui emergono nuovi bisogni di salute, anche gli psicologi sono chiamati con grande impegno a tradurre nella pratica quotidiana nuovi ruoli, nuove conoscenze e nuove competenze, in stretta collaborazione con gli altri professionisti sanitari.”.
La Legge in parola conclude un lungo periodo, circa un decennio, in cui gli organismi istituzionali di governo della professione hanno compiuto ogni sforzo per una legge volta alla promozione e tutela di tutta la comunità professionale.


Nuovi scenari si aprono alla professione

Nei prossimi mesi e anni assisteremo alla emanazione di norme che daranno piena e completa attuazione alla Legge 3/2018 e con essi gli scenari, che oggi ai più appaiono non facilmente comprensibili, saranno più chiari e definiti.
Sin da ora però possiamo affermare senza tema di smentita che saremo chiamati a rivisitare tutti i nostri paradigmi sia culturali che tecnici di esercizio della professione.

Nei primi trent’anni abbiamo avviato la costruzione del nostro futuro; oggi viene chiesta alla psicologia di essere adulta, pronta, quindi, a gestire nuove sfide, pronta ad assumere la responsabilità sociale che le compete.
Tutto ciò non deve spaventarci, anzi tutt’altro.
Le nuove sfide rappresentano sempre uno stimolo al miglioramento, impediscono la sedimentazione di idee, comportamenti, pratiche che risulterebbero di nocumento allo sviluppo della professione.
Professione che, come detto, è vero che da un lato negli anni ha saputo affermare sé stessa, dall’altro troppo spesso si è autocommiserata, in altre occasioni troppo spesso si è autocelebrata, rispecchiandosi su di sé, troppo spesso non ha riconosciuto l’Altro da sé.
In tutti i casi ha inviato un messaggio distorto del proprio essere e del proprio valore, favorendo la rappresentazione sociale di una comunità professionale divisa, di disciplina scientifica che non offre certezze, di interventi psicologici che variano con il variare dell’approccio.


Professionisti della salute

Il nuovo status di professione sanitaria impone una riconsiderazione  del nostro essere professionisti della salute.
Per assumere appieno questo nuovo status appare necessario anzitutto abbracciare il concetto di salute così come proposto dall’OMS: "Uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o di infermità." (OMS, 1948).
L’Italia, in applicazione del già menzionato articolo 32 della Costituzione ha accolto i principi dell’OMS nella legge n° 833 del 1978 la quale, in fatto di promozione della salute, definita chiaramente fisica e psichica, sottolinea l’importanza della prevenzione come supporto al benessere generale dell’individuo e sostiene inoltre la necessità di formare una “moderna coscienza” di cura della salute sulla base di una adeguata educazione del cittadino e della comunità.
Tutto ciò ha permesso il passaggio da un modello prettamente bio - medico al modello bio – psico – sociale con la fondamentale assunzione che ogni condizione di salute o di malattia sia la conseguenza dell’interazione tra fattori biologici, psicologici e sociali.
La crisi del paradigma biomedico ha aperto la strada ad una più ampia considerazione dei fattori implicati nella salute e tra questi, la natura multifattoriale sia delle cause che agiscono sulla salute e sulla malattia sia degli effetti che la salute e la malattia possono avere; della non distinguibilità della mente e del corpo sulle condizioni di salute di un individuo; l’importanza della relazione tra terapeuta e paziente nei processi di diagnosi e cura.
Quanto sopra è di per sé sufficiente a capire perché la psicologia è professione della salute. Pur tuttavia abbiamo la necessità di assumerlo a prassi professionale.

Con l’obiettivo di accompagnare la nostra comunità professionale regionale ad assumere questo nuovo status di professionisti della salute, riteniamo necessario soffermarci su alcuni punti che riteniamo essenziali.


Il senso di appartenenza

Alcune discipline scientifiche affondano le proprie radici nella storia: Ippocrate per i Medici, Vitruvio e il suo trattato De Architecttura per gli architetti, sono solo alcuni esempi di discipline che hanno costruito la propria identità a partire dai propri “padri nobili”.
Dell’uomo e della sua complessità, oggetto di studio della psicologia, si sono occupati molte scuole filosofiche a partire da quelle greche: Socrate, Platone, Aristotele con il De Anima.
Anche noi, quindi, abbiamo le nostre ben solide radici, abbiamo i nostri “padri nobili” di cui dovremo andare fieri nell’affermare il valore della psicologia trasferendo alla comunità l’orgoglio di essere psicologi.
L’appartenenza ad una comunità, e nello specifico a quella professionale, determina e rafforza la propria identità, di persona e di professionista.

La teoria dell’attaccamento di Bowlby dovrebbe in tal senso esserci di insegnamento in tutto ciò che è connesso all’esercizio della professione.

Riscoprire la propria appartenenza, la propria identità, il principio della colleganza renderà più solida la professione, rafforzerà i confini della stessa e proprio in virtù di ciò potremo interloquire con le altre professioni della salute con cui saremo chiamati a confrontarci, sulla base di una pari dignità professionale.

Appartenere ad una comunità professionale significa anche aderire con convinzione ai disposti del Codice deontologico che, lungi dall’essere solo un insieme di doveri, in realtà rappresenta la nostra carta d’identità: in esso vi sono norme atte a creare una coscienza collettiva negli appartenenti alla comunità professionale, servono a chi vi è iscritto a farsi riconoscere ed a riconoscere il collega; servono alla tutela del cliente, alla tutela del professionista nei confronti del collega, alla tutela del gruppo professionale, individuano la responsabilità sociale della professione.
Ancora: appartenere ad una comunità professionale, ad es., significa riappropriarsi dei linguaggi tipici della professione, esercitare la professione all’interno dei metodi di indagine propri della psicologia, conoscere gli Atti tipici della professione.


La complessità dell’Uomo

L’uomo e la sua complessità costituiscono l’oggetto di studio della psicologia. Questa complessità ha fatto si che nel tempo si sviluppassero varie scuole di pensiero, riconducibili essenzialmente alle famiglie: dinamica, relazionale e cognitiva comportamentale, tutte portatrici di proprie chiavi di lettura e che spesso hanno restituito la rappresentazione di una scienza divisa al proprio interno.

In realtà non è così: le diverse letture di fenomeni complessi, lungi dall’essere una criticità, sono una risorsa importante che la psicologia può mettere a disposizione dell’individuo, dei gruppi, delle comunità offrendo risposte diversificate a bisogni altrettanto diversificati.

Negli ultimi anni un nutrito corpo di evidenze scientifiche sul ruolo degli aspetti psicologici (soggettività, relazioni, comportamento) e degli interventi effettuati dagli psicologi per la salute psicofisica, la prevenzione, la promozione, cura e riabilitazione sono riusciti a dimostrare la validità della Psicologia e della psicoterapia nella loro interezza e senza necessità di aggettivazione in “cognitiva”, “psicodinamica”, “relazionale”. Sempre meno, alla luce dei dati di ricerca, si giustificano contrapposizioni, separatezze, incomunicabilità, rivendicazioni di primati che in realtà contribuiscono solo ad indebolire la professione.

Ciò che serve è invece un processo di integrazione che consenta di considerare le diverse metodiche come declinazioni di un approccio unitario e globale alla persona e alle sue problematiche.

A partire dagli anni ’70 – ’80 sono stati effettuate innumerevoli ricerche empiriche tendenti alla validazione dei modelli di psicoterapia: i primi studi hanno riguardato la terapia cognitivo – comportamentale (CBT).
A partire da esse, nel tempo, si è generato una confusione tra il concetto di “empirically invalided treatments” (trattamenti non ancora sottoposte a verifica empirica di efficacia) con quello di “empirically invalided treatments” (trattamenti provati non essere validi).
La CBT è sicuramente una forma validata di psicoterapia efficace ma le altre, fino a qualche anno fa, non erano state ancora validate, ma non per questo si può dire che non siano valide.
La ricerca sugli outcome (verifica degli esiti clinici dei vari trattamenti) ha cambiato radicalmente lo scenario negli ultimi 5 – 10 anni.
Sino a giungere alla posizione ufficiale dell’American Psychological Association (2013) che riguardo la psicoterapia evidenzia:

  • è largamente riconosciuto che gli effetti della psicoterapia in generale sono ampi, positivi e costanti nelle diverse categorie diagnostiche;
  • i risultati della psicoterapia tendono non solo a essere gli stessi dei trattamenti farmacologici ma a durare più a lungo;
  • l’effetto della psicoterapia si riverbera anche sui costi socio-sanitari: l’APA stima che i costi medici generali si possono ridurre del 17% dopo la psicoterapia, al contrario dell’aumento del 12% nei pazienti di medicina che non hanno effettuato una psicoterapia;
  • il confronto fra diverse forme di psicoterapia porta a un risultato di relativa equivalenza: gli esiti delle psicoterapie dipendono più dal contesto e dalla relazione terapeuta-paziente che dal tipo di psicoterapia utilizzata.
Ne consegue che la battaglia dei campanilismi e di difesa integralista del proprio modello è pericoloso e controproducente per l’intera comunità degli psicologi.
Viceversa riconoscere l’altro da sé permette di:
  1. affermare e promuovere la psicologia quale risorsa essenziale per il benessere dell’individuo;
  2. abbracciare il concetto di appropriatezza della cura, concetto cardine dell’intera organizzazione sanitaria in Italia;
  3. vivere appieno la psicologia: appare grave per un professionista psicologo non riconoscere l’altro;
  4. aderire totalmente ai disposti del Codice deontologico ed in particolare ai principi di appartenenza e colleganza

Riconoscere l’Altro non significa dover rinunciare al proprio orientamento, alla propria scuola, al proprio metodo; significa solo riconoscere le esigenze diversificate della persona; significa solo partecipare ad una visione unitaria della persona e della psicologia; significa solo partecipare al processo di integrazione con cui trasformare in risorse le diversità.

È questo uno degli elementi essenziali di rivisitazione dei paradigmi sia culturali che tecnici di esercizio della professione.


Considerazioni finali

Nello scorso gennaio nel comunicato postato sul sito istituzionale e sui social di cui disponiamo nel comunicare la definitiva approvazione della Legge 3/2018 avevamo scritto: “…il nostro Ordine regionale saprà accompagnare queste trasformazioni camminando insieme a voi tutti e condividendo con voi ogni momento.”.

Crediamo fermamente che le funzioni che un Ordine è chiamato a svolgere di promozione e tutela della professione oltre che declinarsi all’interno di un pur necessario livello amministrativo debba declinarsi anche al livello di indirizzo della comunità professionale.
Per questo motivo abbiamo lavorato a questo documento.
Entrare nel Sistema Salute richiede necessariamente una riconsiderazione del nostro modo di svolgere la professione e noi, senza alcuna presunzione, abbiamo voluto indicare una strada: abbracciare con convinzione i concetti di appartenenza e di colleganza e viverli nella quotidianità del nostro agito professionale, riconsiderare l’unicità dell’oggetto di studio della psicologia, l’uomo e la sua complessità, la persona, determinare la propria azione alla ricerca e alla cultura delle evidenze, riconoscere senza ulteriori indugi l’Altro, partecipare con convinzione a rendere la Psicologia una e unica.

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