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Psicologia nel fine vita

Psicologia nel fine vita

La realtà delle cure palliative è fortemente complessa e ricca di variabili, per questo è necessario che lo staff utilizzi un approccio e una valutazione multidimensionale, affinché si tenga conto, oltre agli aspetti sanitari, anche degli aspetti socioeconomici e spirituali.

In letteratura è emerso, ormai da tempo, come alcuni elementi dovrebbero guidare la scelta di intraprendere l’assistenza in cure palliative:
  • la richiesta di lavorare in tale servizio dovrebbe essere libera e volontaristica (cosa che nella realtà contemporanea, purtroppo, è di difficile attuazione)
  • l’operatore dovrebbe essere in possesso di un percorso formativo specifico o comunque deve essere disponibile a percorrerlo all’interno dell’équipe
  • si dovrebbe possedere un adeguato profilo psicologico (questo per escludere o perlomeno per ridurre i fattori di rischio del burn-out)
  • si dovrebbero avere forti motivazioni personali recenti

Inoltre dalla revisione della letteratura emerge che, a livello internazionale, due studi del 2015 ( in cui i campioni sono equipe infermieristiche di ospedali di Singapore e della Galizia ed Isole Canarie) e tre studi del 2009, il livello del Burnout degli infermieri operanti in cure palliative è inferiore rispetto a quello riscontrato in altre equipe di altri reparti. Tali studi non indagano specificamente come le equipe di cure palliative reagiscono allo stress lavorativo considerando la mansione svolta oppure il genere, ma semplicemente il livello di ansia, frustrazione e stress generato all’interno dell’ambito lavorativo rispetto ad altri. ( 24, 25,26,27,19,28) Si può dunque dedurre che il livello di burnout rilevato negli Hospice nelle unità di cure palliative sia comunque basso nonostante la natura stressante del lavoro con pazienti terminali (31, 32, 33) e anzi, Payne afferma che sia un ambiente positivo dove lavorare e i professionisti abbiano una elevata soddisfazione professionale (34).

“Nel contesto italiano poche ricerche sono state effettuate nell’ambito specifico delle cure palliative, ma da queste emergono risultati concordanti. Nel 2005 Corli e altri autori eseguono un’indagine sul clima lavorativo nelle cure palliative evidenziando livelli di Burnout mediamente bassi e controllabili, con una percentuale del 90% per basso rischio del campione che tra l’altro corrisponde ai risultati di un buon clima lavorativo (35). Un altro interessante studio mostra come i livelli di Burnout in un’equipe di cure palliative siano medio-bassi, molto inferiori ai livelli normativi italiani,e che l’alessitimia, ovvero l’incapacità di riconoscere le proprie emozioni e comunicarle verbalmente, abbia un ruolo importante nell’accrescimento del rischio (36). Infine un lavoro eseguito da Varani e altri autori in cui, dopo una valutazione iniziale del Burnout che risulta essere medio-bassa per gli infermieri degli Hospice domiciliari oncologici della fondazione Ant Italia nel 2005 (37), è stato eseguito un follow-up a distanza di 3 anni che riconferma i risultati precedenti e trova migliorati il clima di lavoro, anche nell’equipe più numerose, e il livello di professionalità specifica per le cure palliative (38).

Per quanto riguarda le revisioni di letteratura considerate, tre si pronunciano sul grado di Burnout degli infermieri di cure palliative:
  • Pereira e altri autori nel 2011 in una revisione della letteratura, scopre che il livello di Burnout sembra essere uguale e comparabile a quello degli altri contesti lavorativi, ma aggiunge che sarebbe opportuno effettuare più ricerche specifiche sulle cure palliative e in particolare esclusivamente sugli infermieri, visto che solo 6 studi riguardavano strettamente la professione infermieristica (39);
  • Peters afferma che nelle cure palliative lo stress non è più alto rispetto a quello gli altri ambiti, anzi sicuramente è minore rispetto a contesti in cui c’è un alto grado di dipendenza e necessità di numerosi interventi come le intensive Care Unit (40);
  • l’ultima revisione della letteratura, in cui troviamo anche un esempio pratico di prevenzione, con la valutazione di un programma di assistenza per i lavoratori (Emloyee Assistance Programme); in questo centro del trattamento del cancro nel regno unito, che comprende un’oncologia e cure palliative, era stato riscontrato un alto rischio per la sindrome. Per questo hanno messo in atto diversi tipi di interventi, in diversi momenti, a seconda di quanto i professionisti avessero bisogno, come ad esempio counseling, supervisione clinica e terapie complementari (41).”

L’Hospice casa Margherita nasce nel 2013 come struttura residenziale deputata al trattamento di pazienti con patologie inguaribili in fase avanzata, per le quali sono necessarie cure volte al controllo dei sintomi, al miglioramento della qualità della vita, al sostegno psicologico e spirituale.

Le cure sono prestate da un'équipe multidisciplinare composta da medici specialisti in anestesia e rianimazione e oncologia, infermieri, operatori socio-sanitari, fisioterapisti, psicologi e volontari specificamente preparati. L'obiettivo principale del ricovero non è quindi la cura della malattia, ma il controllo dei sintomi che essa provoca, la riduzione della sofferenza in tutte le sue forme, il supporto al malato e alla sua famiglia.
E’ evidente l’importanza data, in reparto, alle relazioni che si creano tra personale medico-infermieristico, paziente e famigliari. In un contesto così emotivamente coinvolgente può essere molto semplice sentirsi eccessivamente carichi di responsabilità ed aspettative che, se associate ad altri fattori, possono portare a sviluppare la Sindrome da Burn Out.
L’assistenza ai pazienti, oncologici e non, in fase avanzata di malattia, sia essa al domicilio o in struttura, rappresenta per l’intera equipe un rovesciamento culturale rispetto all’assistenza “tradizionale” a cui vengono formati, quella che al centro pone l’attenzione alla malattia.

In questo tipo di servizio l’assistenza è invece centrata sulla persona ammalata e sulla propria famiglia ed ha prodotto un nuovo modello assistenziale ed organizzativo fondato sul concetto di qualità di vita residua, molto flessibile, interdisciplinare e ad elevato livello di integrazione.

Gli operatori che si accingono a prestare la propria opera professionale in un tale settore vanno incontro ad una serie di problematiche diverse rispetto a quelle consuete, molto più complesse e a volte assolutamente nuove: basti pensare a quelle legate alla sofferenza ed al dolore, che debbono essere affrontati ricorrendo alla tecnica professionale rendendo sopportabile l’impatto lavorativo.
Inoltre gli operatori di cure palliative devono avere altre importanti caratteristiche. Innanzitutto devono riconoscere e rispettare la morte come evento naturale della vita, perché solo facendo propri i valori che riconciliano il malato con la morte riusciranno ad infondergli fiducia e speranza nel cammino quanto più sereno possibile verso quel momento.
Questo implica la capacità dell’infermiere di cure palliative di accettare e convivere con il senso d’impotenza, senza andare in crisi o fuggire; devono avere la capacità di leggere le varie situazioni per essere sempre vicini quando necessario, per rispondere ai bisogni individuati e saper attivare il consulente o l’operatore competente.
Nelle cure palliative, infatti, il lavoro di équipe è un elemento fondamentale per l’assistenza. L’infermiere deve essere in grado di comunicare continuamente e sistematicamente con tutti i membri dell’équipe. L’operatore di cure palliative deve saper gestire il dolore con i farmaci, vie di somministrazione e tecniche appropriate, valutando le prescrizioni anticipate. Gestendo il dolore al meglio, si favorisce una migliore qualità della vita del paziente togliendogli un’importante fattore negativo della malattia terminale e riflettendo, nel contempo, su questioni etiche molto rilevanti.
Così a 12 mesi dall’apertura della struttura Hospice Casa Margherita si è riscontrata l’utilità di indagare le condizioni di benessere psicologico, inerente l’ambito lavorativo, di tutto il personale medico – infermieristico impiegato in reparto.

La motivazione dell’indagine, come accennato, nasce dalla molteplicità di ricerche che evidenziano l’elevato tasso di burnout riscontrato nelle helping professions, da qui la necessità di conoscere approfonditamente il livello di stress lavorativo dell’equipe di reparto, cercando di implementare tutte quelle strategie funzionali a mantenere detto livello all’interno del range medio di normalità.
I professionisti che lavorano in Hospice, infatti, sono soggetti target che possono sviluppare la Sindrome da Burn Out in quanto svolgono la loro professione a stretto contatto con pazienti affetti da patologie incurabili in fase avanzata e con i loro congiunti, instaurando relazioni emotivamente ed affettivamente coinvolgenti naturalmente correlate a queste particolari contingenze di vita.
La sindrome da Burn Out è una simdrome da esaurimento emotivo, da depersonalizzazione, da derealizzazione personale che può manifestarsi in quelle professioni con implicazioni relazionali accentuate. Si sviluppa da un deterioramento che influenza valori, dignità, volontà e spirito dei soggetti colpiti.

L’indagine, considerando i modelli riportati, è focalizzata soprattutto a comprendere quali aspetti sono maggiormente complessi ed ostici da affrontare dell’equipe medico-infermieristica, seppur esigua, impiegata in Hospice Casa Margherita per avere le conoscenze adeguate ad attuare una prevenzione primaria atta ad eliminare tutti gli elementi negativi sul luogo di lavoro.

Ordine degli Psicologi della regione Abruzzo

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