Identità sessuale

Dott.ssa Patrizia Passi

L’identità sessuale è un costrutto multidimensionale costituito dalla combinazione di quattro diverse componenti, tutte parimenti importanti, che indica la dimensione soggettiva, individuale, squisitamente personale dell’essere persone sessuate. Tale costrutto si forma nel tempo, nel dispiegarsi dello sviluppo, in un processo complesso che vede combinarsi fattori biologici, psicologici, sociali, culturali, educativi. Non si deve considerare l’identità sessuale come immodificabile: nel corso dello sviluppo, infatti, può essere rimodulata e rinegoziata.

Identità sessuale

Un modo piuttosto accattivante, semplice e d’impatto per parlare di identità sessuale e descrivere le sfere che la compongono è offerto da Sam Killermann, autore e attivista per i diritti delle persone LGBTQIA+. Killermann ha dato vita all’invenzione di The Genderbread Person, il biscotto qui riportato in foto, sfruttando il gioco di parole che deriva dall’unione dell’inglese gingerbread, l’omino di pan di zenzero che caratterizza l’immaginario del Natale americano, e di gender, cioè il genere. The Genderbread Person, che in una forzata traduzione italiana risulterebbe “l’ominә di pan di genere”, si presta ad essere un ausilio particolarmente funzionale per spiegare l’identità sessuale anche a bambine, bambini e bambinә.

È possibile individuare le quattro componenti dell’identità sessuale facendo riferimento alle frecce che vediamo indicare parti diverse della figura di The Genderbread Person: con la freccia che conduce agli organi sessuali si evidenzia il sesso assegnato alla nascita, con quella che indica il cervello si rappresenta l’identità di genere, con la freccia che parte dal cuore ci si riferisce all’orientamento sessuale e, infine, con la freccia che abbraccia l’intera figura, si vanno ad individuare espressione e ruolo di genere.
Si vedano più nel dettaglio queste quattro sfere.

Sesso assegnato alla nascita

Sebbene capiti di sentir parlare di sesso biologico piuttosto che di sesso assegnato alla nascita, è bene precisare che quando si parla di identità sessuale è questa seconda espressione a risultare più puntuale e, di conseguenza, preferibile: non sempre, purtroppo, la reale e complessa biologia di una persona coincide con il sesso che alla nascita si decide di assegnarle, facendolo, nella stragrande maggioranza dei casi, in modalità binaria. Per meglio comprendere, è bene precisare che il sesso biologico equivale all’insieme degli indicatori biologici di maschio e femmina, cioè i cromosomi sessuali, le gonadi, gli ormoni sessuali e gli organi genitali sia interni sia esterni. Il sesso assegnato alla nascita, invece, indica il sesso che viene assegnato, per legge, ad ogni persona che viene al mondo.

Questa assegnazione avviene, solitamente, sulla base di come appaiono i genitali esterni di ciascunә: se i genitali esterni hanno l’aspetto di una vagina, allora avremo a che fare con una persona AFAB (Assigned Female at Birth), con una persona assegnata femmina alla nascita; se i genitali esterni hanno l’aspetto di pene e testicoli, allora avremo a che fare con una persona AMAB (Assigned Male at Birth), con una persona assegnata maschio alla nascita.

Ma le cose non finiscono qui, esiste una terza possibilità: il sesso non è esclusivamente binario, e questo è un dato che è molto importante che si acquisisca.

Alcunә bambinә nascono con condizioni intersex, che rendono difficoltoso assegnare all’uno o all’altro polo del binarismo maschio-femmina il loro sesso alla nascita. Tale difficoltà ha troppo spesso indotto il personale medico ad incasellare arbitrariamente persone intersex nella lettera F o nella lettera M, e in tutto ciò cui esse culturalmente danno avvio, mettendo in atto una forzatura capace di ripercuotersi negativamente sulla definizione dell’identità di genere.

Ma chi sono, esattamente, le persone intersex? Sono quelle persone in cui i cromosomi sessuali, i caratteri sessuali primari (le gonadi) e/o secondari (ad esempio la distribuzione dei peli corporei) non sono definibili come esclusivamente maschili o femminili, o in cui siano presenti caratteristiche sessuali sia maschili che femminili. La “I” della sigla LGBTQIA+ si riferisce proprio a loro.

Il sesso assegnato alla nascita, insomma, è lo status di una persona in qualità di femmina, maschio o intersex individuato sulla base delle caratteristiche fisiche dei genitali esterni.

L’assegnazione del sesso alla nascita, poi, comporta implicitamente l’assegnazione del genere. «Il termine genere esprime, nelle scienze sociali, la differenza tra i caratteri maschile e femminile dal punto di vista biografico, sociale, culturale, psichico, comportamentale, dei modelli di relazione, dei ruoli familiari, dei vincoli legislativi, delle opportunità esistenziali, delle rappresentazioni simboliche, ecc. Le differenze di genere, poi, non essendo date ma socialmente costruite, sono sottoposte a processi discorsivi che le mantengono, riproducono, trasformano o che le creano» (Burgio, 2015, p. 183).

Il genere, quindi, è da considerarsi un costrutto sociale, che riguarda le caratteristiche del maschile e del femminile per come vengono culturalmente definite.

Identità di genere

È la componente dell’identità sessuale attraverso la quale ci rispondiamo alla domanda “io chi sono?

Sono femmina? Sono maschio? Entrambe le opzioni? Nessuna di esse?”

L’identità di genere indica il modo in cui una persona si definisce rispetto al genere cui sente di appartenere: ci si può definire maschio, femmina, bigender (nel caso in cui si appartenga a entrambi i generi maschile e femminile, cioè a entrambi gli estremi del binarismo), pangender (se si sente di appartenere a diversi generi, anche oltre le due polarità del binarismo femmina - maschio), oppure ci si può definire come appartenenti a nessun genere binario, cioè né femmina né maschio (agender, genderless, gender neutral), o fluidә (genderfluid), quando l’identità di genere fluttua tra i generi a seconda del momento o della circostanza che si vive.
Quelle appena citate sono alcune delle identità di genere possibili.

Il genere è uno spettro, che vede il maschile e il femminile come i suoi estremi. Nella strada che collega questi due estremi, però, dimorano numerose possibilità.

L’identità di genere, insomma, esprime la percezione che ciascuna persona ha di sé, definisce chi ciascuna persona sente di essere, è un senso profondo ed intimo di appartenenza di genere. Tale dimensione si definisce verso i 3-4 anni.

L’identità di genere può corrispondere al sesso assegnato alla nascita, ma può anche non corrispondervi (allo stesso modo, l’identità di genere può corrispondere o non corrispondere al sesso biologico).

Le persone che sentono una corrispondenza tra la loro identità di genere e il loro sesso assegnato alla nascita vengono dette Cisgender (o Cis). Se una persona AFAB ha un’identità di genere femminile, allora è una donna Cisgender.
Invece, le persone che non sentono una corrispondenza tra identità di genere e sesso assegnato alla nascita vengono dette Transgender (Trans*, la “T” della sigla LGBTQIA+). Se una persona AFAB non ha un’identità di genere femminile, allora non si può dire che sia una donna Cisgender. Dovremo chiedere a lәi qual è la sua identità di genere e con quali pronomi vuole che a lәi ci si rivolga. Preferirà il femminile? O magari il neutro? Interpelliamolә, ce lo dirà. E, in più, si sentirà inclusә).

“Transgender” è, dunque, un termine ombrello utilizzato per indicare tutte le persone che, nelle molteplici sfumature possibili, non sono Cis, tutte coloro la cui identità di genere non è conforme a quanto ci si aspetta, in un mondo educato a vedere con occhi binari, basandosi sul solo sesso assegnato alla nascita. L’asterisco, che troviamo accanto alla parola “Trans”, è una formula inclusiva recentemente introdotta nelle nomenclature riferite alla Comunità LGBTQIA+ per specificare che si intende includere tutte le identità Transgender possibili e non solo quelle Trans binarie.

Le persone Trans binarie sono coloro che si identificano con il sesso/genere opposto al loro sesso/genere assegnato alla nascita, rimanendo all’interno del binarismo maschio-femmina. Ecco che, dunque, ci sono persone FtM ed MtF.
Female-to-Male (FtM) è la persona cui alla nascita è stato assegnato il sesso femminile e che sente di avere un’identità di genere maschile, per cui può desiderare di modificare il proprio corpo, lo ha modificato o lo sta modificando allo scopo di renderlo maschile.
Male-to-Female (MtF), per converso, è la persona cui alla nascita è stato assegnato il sesso maschile e che sente di avere un’identità di genere femminile, per cui può desiderare di modificare il proprio corpo, lo ha modificato o lo sta modificando allo scopo di renderlo femminile.

Quello che ciascuna persona sente il bisogno di fare per vivere la propria identità di genere nella maniera che più la soddisfa è assolutamente soggettivo, non è uguale per tuttә e non è affatto detto che si desideri intervenire sul proprio corpo con ormoni o chirurgia.

Un ulteriore termine che è importante conoscere è Non-binary, che indica quelle persone che non si identificano all’interno del binarismo maschio-femmina. Sono non binarie, dunque, tra le altre, le identità agender, bigender, pangender, genderfluid.
Alcune persone Non-binary (non binarie) sentono di rientrare nella dicitura “Transgender”, mentre altre no, ritenendo il termine “Transgender” afferente ad un binarismo nel quale non si riconoscono. Di nuovo, la definizione della propria identità di genere è totalmente soggettiva, e solo la persona specifica con cui abbiamo a che fare può dirci chi è.

Si noti bene un aspetto: tutte le identità Trans* afferiscono alla “T” della sigla LGBTQIA+.
“T”, dunque, sta per “Transgender” e non più soltanto, com’era d’abitudine in passato, per la parola “Transessuale”. “Transgender” è un termine molto più inclusivo di “Transessuale” - che ormai è desueto e si usa, quando si usa ancora, per riferirsi a quelle persone Trans che scelgono di modificare il loro corpo attraverso trattamenti ormonali e/o interventi chirurgici - perché rende l’idea dell’attraversare i generi binari non presupponendo necessariamente il bisogno, che vale certamente per alcunɘ ma non per tuttɘ, di transitare dall’uno all’altro. Difatti, alcune persone Transgender ma, appunto, non tutte, si sentono a disagio per tale loro condizione e per questo decidono di intervenire sul proprio corpo, al fine di renderlo più simile a come si sentono, attraverso trattamenti ormonali e/o interventi chirurgici, intraprendendo il cosiddetto Percorso di affermazione di genere, del tutto soggettivo e niente affatto obbligatorio.

Essere Transgender è una condizione normale e non è una malattia.

Fortunatamente, dopo anni di battaglie, adesso la Scienza lo dice chiaramente: nel 2018 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha preso la decisione storica di rimuovere quella che veniva definita come Incongruenza di genere, cioè la marcata e persistente incongruenza tra identità di genere e sesso assegnato alla nascita, dall’elenco delle malattie mentali e di parlare, nell’ICD-11, l’International Classification of Diseases 11th Revision, cioè l’undicesima revisione della Classificazione internazionale delle malattie dell’OMS, di Condizione di salute sessuale, ufficialmente depatologizzando le persone Trans*.

Orientamento sessuale

Se con l’identità di genere abbiamo indagato chi siamo, con la terza componente dell’identità sessuale ci poniamo una domanda diversa: “Chi mi piace? Chi mi attrae?
L’orientamento sessuale, che si definisce sulla base dell’identità di genere, esprime la direzione verso cui si indirizza l’attrazione sessuo-affettiva di una persona. Ci si riferisce, dunque, tanto alla dimensione romantica, affettiva, sentimentale, quanto alla dimensione sessuale, fisica.

Anche in questo caso, siamo ben lontanɘ dal poter rimanere ancoratɘ al binarismo, al quale siamo culturalmente abituatɘ, di omosessualità, cioè l’attrazione sessuo-affettiva nutrita nei riguardi di persone del proprio stesso sesso/genere, nel codice binario F-M, ed eterosessualità, cioè l’attrazione sessuo-affettiva nutrita nei riguardi di persone del sesso/genere opposto al proprio.

L’orientamento sessuale può anche essere bisessuale, se si prova attrazione per entrambi i sessi/generi del binarismo maschio-femmina, pansessuale, se si prova attrazione per le persone indipendentemente dal loro sesso/genere o, ancora, asessuale, se non si prova attrazione erotica nei confronti di altre persone (la persona asessuale si distingue dalla persona aromantica, che è colei che non prova attrazione romantica verso altre persone, o ne prova in scarsa quantità rispetto alla media).

L’orientamento sessuale, di cui si acquisisce consapevolezza in pubertà, è un continuum.

La “L” di LGBTQIA+ sta per “Lesbica”, cioè la donna che ha identità di genere femminile (può essere sia Cisgender che Transgender) ed è attratta da altre donne, la omosessuale; la “G” sta per

Gay”, cioè l’uomo che ha identità di genere maschile (può essere sia Cisgender che Transgender) ed è attratto da altri uomini, l’omosessuale; la “B” sta per “Bisessuale”; la “A” sta per Asessuale. L’orientamento pansessuale rientra in quel + finale, che include simbolicamente tutte le altre identità e gli altri orientamenti che non sono compresi nelle prime sette lettere della sigla.

Per completare la disamina di LGBTQIA+, manca ancora la “Q”, che sta per “Queer”, una parola che si riferisce a qualsiasi identità non normata, a chi non intende incasellarsi e definirsi rigidamente, o a chi è questioning, cioè si sta ancora interrogando su quale/i definizione/i sia/siano più appropriata/e per sé.

Espressione e ruolo di genere

L’espressione di genere indica tutti quei comportamenti e quegli atteggiamenti che la cultura assegna alle persone di un certo genere. Ancora, è il modo in cui una persona esprime la sua appartenenza a un genere nella sua quotidianità.

E dunque riguarda il modo di abbigliarsi, per cui una gonna è considerata un indumento esclusivamente femminile, di truccarsi, per cui lo smalto sulle unghie di un uomo risulta stridente, ma riguarda anche il modo di portare i capelli, per cui una donna con i capelli corti continua ancora ad avere un taglio “alla maschietta”. E concerne anche l’uso dei pronomi e del proprio nome.

Non è detto che corrisponda alla propria identità di genere.

Il Ruolo di genere, alla prima strettamente connesso, è l’insieme delle norme sociali relative ad un genere e riguarda, ad esempio, il fatto che una donna venga vista come emotiva, accudente, mentre un uomo che piange è debole.
Insomma, si ha a che fare con il grande insieme degli stereotipi e dei pregiudizi.

Conclusioni

Ciascuna persona è un unicum e presenta una peculiare combinazione delle quattro sfere dell’identità sessuale.
Nessuna delle molteplici combinazioni possibili è sbagliata.
Ogni singola combinazione va considerata come l’espressione di una naturale variabilità interindividuale.

Benché profondamente interrelate nella costruzione della irripetibile individualità di ciascuna persona, le quattro componenti dell’identità sessuale sono indipendenti l’una dall’altra.

Cosa significa questa affermazione?

Significa che non è possibile immaginare alcuna combinazione predeterminata di esse: non va mai dato per scontato, nonostante non di rado si commetta l’errore di farlo, che avere un certo sesso assegnato alla nascita presupponga inevitabilmente che ci si riconosca in uno specifico genere, che si abbia un orientamento sessuale e non un altro, che l’espressione del proprio genere sia quella culturalmente conforme al sesso assegnato alla nascita. È l’avverbio culturalmente che deve far riflettere e che non deve indurci in inganno.

È la cultura che ci ha abituatә a pensare, con più frequenza e, dunque, con più facilità, che una persona che nasce biologicamente maschio, cui viene assegnato alla nascita il sesso maschile, debba avere un’identità di genere maschile, un orientamento eterosessuale, un’espressione di genere ed un ruolo di genere maschili secondo gli stereotipi che ruotano attorno alla maschilità.
La medesima cosa si dica per la femminilità.

Un ulteriore aspetto che non deve trarci in inganno è l’idea che l’orientamento sessuale e l’identità di genere siano una scelta: non lo sono.

Parlare di identità sessuale e di ciò che la compone permette di giungere ad una chiarezza terminologica che è imprescindibile acquisire ai fini di un esercizio consapevole della professione psicologica e psicoterapeutica, un esercizio che tenga in considerazione tutte le possibili identità che non siano eterocisnormative, conoscendole e riconoscendole.

Bibliografia

APA - American Psychiatric Association (2013), DSM 5, American Psychiatric Pubishing, Washington, DC, (trad. it.: DSM 5, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014).

G. Burgio (2015), Genere ed educazione, Education Sciences & Society, 6, 2: 183-190.

M. De Leo (2021), Queer. Storia culturale della comunità LGBT+, Einaudi, Torino.

R. Ghigi (2019), Fare la differenza. Educazione di genere dalla prima infanzia all’età adulta, Il Mulino, Bologna.

E. A. Jannini, A. Lenzi, M. Maggi (2014), Sessuologia medica. Trattato di psicosessuologia e medicina della sessualità, Edra Masson, Milano.

World Health Organization (2019), International Statistical Classification of Diseases and Related Health Problems (11th ed.).

Sitografia

GenderLens: https://www.genderlens.org

Istituto Superiore di Sanità: https://www.infotrans.it

Killermann S. (2017), The Genderbread Person, https://www.genderbread.org

Ordine degli Psicologi della Lombardia, OPL (2021): https://www.opl.it/public/files/17141-OPL_Dossier-LGBT+_singolapdf.pdf

Società Italiana di Pediatria, https://www.sip.it

 


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